di Emanuele Marighella

Quest’estate con i ragazzi del Gruppo Giovani della Parrocchia N.S. della Provvidenza abbiamo intrapreso un viaggio in Bosnia ed Erzegovina alla scoperta del conflitto e di quanto possa condizionare i rapporti tra le persone e i popoli che lo hanno vissuto, anche a distanza di tempo. Un viaggio voluto e pensato con la Caritas di Genova, in particolare con il Campobase, ispirato dalla testimonianza di Valeria, che da ottobre dello scorso anno è presente a Sarajevo come Casco Bianco.

Siamo partiti il 30 luglio con un gruppo di 20 ragazzi passando per Trieste dove passeggiando per le vie della città, con l’aiuto di don Andrea,  abbiamo scoperto una terra di confine che vive ancora oggi nei rapporti interpersonali le ombre dei conflitti che l’hanno segnata. Dopo diverse ore di viaggio il giorno seguente siamo arrivati a Mostar, tappa significativa per il ruolo che ha avuto nel conflitto bosniaco. Ammirare il ponte bombardato e ricostruito è stato molto significativo per tutti, è un simbolo di unità delle differenze culturali e religiose della comunità.

Arrivati a Sarajevo abbiamo incontrato Valeria presso lo studentato della Caritas dove abbiamo vissuto per i tre giorni in cui siamo stati in città. Tre giorni molto intensi in cui abbiamo toccato con mano i luoghi del conflitto come il Tunnel Spasa, le rose di Sarajevo, e quelli di culto all’insegna della conoscenza e dell’incontro, parlando con il vescovo di Sarajevo, un rappresentante della comunità musulmana nella visita della moschea e uno di quella ebraica nella sinagoga. Il giorno prima della nostra partenza abbiamo conosciuto due uomini che hanno vissuto il conflitto e che hanno combattuto nelle fazioni opposte, due persone che erano nemici e che si sono scoperte solidali l’una verso l’altra per quanto vissuto: “Abbiamo sofferto allo stesso modo…”. Una testimonianza che ci siamo portati a casa.

Queste parole e le domande che sono nate da queste testimonianze le abbiamo condivise nella nostra ultima tappa verso casa, Gorizia, terra di confine con la Slovenia nella quale abbiamo ritrovato sentimenti e difficoltà di relazione lasciati in Bosnia. Nell’incontro serale con due rappresentanti della Caritas abbiamo scoperto che ancora oggi si vivono le difficoltà di decisioni vecchie e sorpassate, capaci di bloccare le relazioni tra sloveni ed italiani nei piccoli gesti quotidiani. Siamo tornati a casa consapevoli che ognuno di noi, avendo a mente e nel cuore le storie ricevute, deve avere il coraggio di essere sale della terra e testimone di pace nei luoghi del proprio quotidiano.